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HAIKU: METAFORA DELL’ALTROVE
Un vecchio stagno…
si tuffa una rana
-suono dell’acqua
(Matsuo Basho, 1686)
A volte, nei luoghi e nei momenti più impensati, una piccola esperienza ci sorprende. Ci coglie cioè in un modo particolare, in cui i nostri filtri, i nostri schemi mentali, le nostre aspettative, vengono come aggirati. Poiché l’esperienza è “piccola”, anche le emozioni che nascono in noi sono “piccole”.
Ed è proprio questa apparenza modesta e inoffensiva che ci permette di abbandonarci al richiamo delle cose, imboccando senza preconcetti una via inconsueta e vivendo una inattesa dimensione di significato.
Essere sorpresi da un’esperienza come questa costituisce a sua volta una modalità particolare di esperienza. C’è un tipo assolutamente unico di emozione collegato a ciò. Come rendere tutto questo con le parole, per poterlo condividere con altri?
L’Haiku è una risposta a questa esigenza. Nato in Giappone, l’Haiku è tipicamente giapponese nella studiata povertà, nel rigore stilistico, nella perfezione formale costruita attorno a un’assenza . Ciò che l’Haiku vuole trasmettere non è infatti mai dichiarato: c’è sempre un fuori campo, un rinvio a un altrove lasciato volutamente vuoto. E’ in questo spazio- e non già nel testo- che prendono forma emozioni e significati. Ed è proprio questa peculiarità che consente all’Haiku di produrre condivisione dell’esperienza.
LE REGOLE DELL’HAIKU
Mi desta un sogno
e mi sorprende il buio:
-già tardo autunno!-
(Mizuhara Shuoshi, 1930)
L’Haiku classico è composto da tre versi di 5,7,5 sillabe. In totale 17 sillabe, che in giapponese includono anche la punteggiatura.
Questo minimalismo strutturale porta diversi problemi quando si vuole usare una lingua occidentale, anche solo per una traduzione passabilmente fedele. Si accetta perciò in genere una minima elasticità nel numero di sillabe, e la punteggiatura –diversamente che in giapponese- non viene conteggiata. Oltre alla normale punteggiatura, spesso nell’Haiku viene impiegato un trattino (-) che rappresenta un segno espressivo tipicamente nipponico: il kana. E’ usato non fra due parole, come avviene da noi, ma all’inizio o alla fine di un verso. Vuole indicare un momento di trasalimento o di improvviso cambio di stato. In generale va comunque mantenuto l’atteggiamento di base, cioè la continua attenzione a ridurre il materiale verbale al minimo indispensabile.
Un altro errore da cui noi occidentali dobbiamo guardarci è quello di voler abbellire l’Haiku con similitudini, metafore, vissuti, considerazioni. Questo serve solo a distruggere la delicata macchina poetica orientale. Le poche sillabe a disposizione vanno invece usate per creare una condizione al limite del nulla, costeggiando la nudità delle cose in sé.
SCRIVERE HAIKU
E’ l’attesa notte di luna-
Ombre di pini,
sul pavimento del tatami.
(Takakai Tokaku, 1691)
Paradossalmente –ma non troppo- scrivere un Haiku richiede in genere molto tempo. A volte occorrono anni per giungere alla sua forma definitiva. Questo però non toglie nulla all’insolito piacere di ottenere il massimo effetto scrivendo il meno possibile. Se volete cimentarvi nella scrittura di Haiku, prendete una vostra “piccola” esperienza, scrivetela, poi cominciate a levare tutto ciò che potete levare (in particolare verbi e aggettivi) fino a rasentarne la scomparsa. La rima è un optional da usare solo per particolari finalità espressive. Attenzione invece al ritmo delle frasi. Buona scrittura!
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